Ambiente e Territorio La Grande Montagna Delle Piccole Dolomiti Alla ricerca delle meraviglie nascoste nei gruppi montuosi “minori”, meno frequentati o meno pubblicizzati, ma non per questo meno belli e ricchi... cominciando dalle Dolomiti, quelle “Piccole” e meno “alla moda”. Massimo Pecci
E sempre difficile trovare un ruolo o un elemento importante e di spicco per un concetto o un territorio che, già nel nome e per definizione, è “piccolo”; impresa ancora più difficile se nel nome è, anche, immediato il richiamo a un paesaggio universalmente conosciuto e di grande bellezza, come nel caso delle Dolomiti (uniche al mondo, per definizione). Diciamolo con franchezza e col senno di poi: nel nome delle “Piccole Dolomiti” non è stata compiuta una scelta felice, alla stregua, credo, di tutte le “altre” Dolomiti che non siano quelle originali; siano esse “del Sud” o ‘lucane”. Soprattutto considerando il fatto che sempre di Dolomiti stiamo parlando. Eppure, già nel richiamo del nome, la curiosità si affaccia nella mente e, per quanto più specificamente riguarda le Piccole Dolomiti, viene, quasi immediatamente, voglia di bussare ed entrare in quel “piccolo” mondo. Allo stesso tempo aspro e bucolico, sereno ed evocativo di una guerra atroce, piccolo e “grande”. Più semplicemente, forse, solo interessante... Camminiamo nella nebbia di un tiepida giornata di ottobre, una delle tante che questo strano autunno 2006 ci sta “regalando”; l’umido abbraccio che ci circonda, se da una parte è rassicurante e ovattato, dall’altra ci costringe a fare attenzione a ogni bivio e a ogni variazione della topografia per cercare di non perdere l’attacco della “scalinata” di guglie che porta sulle cime della Carega e che abbiamo visto soltanto in lontananza, alle prime luci dell’alba, dalla finestra della stanza al Rifugio Campogrosso. Come le tende di un sipario teatrale, la nebbia si apre improvvisamente e ci presenta le ardite guglie della Carega e, in primo piano, la guglia Gei, obiettivo della nostra giornata di arrampicata. Dopo i metri sulla roccia e il fluido avvicendarsi di movimenti che hanno composto la nostra danza verticale, scendiamo verso valle e verso i colori dell’autunno dei boschi di faggio che ammantano i dolci pendii ai piedi delle torri e delle guglie. Anche questo appare come un insolito e piacevole contrasto che accosta i colori e i profumi dell’Appennino alle forme e ai dislivelli delle Alpi dolomitiche. Ma il fascino di queste montagne risiede anche nel recente passato “bellico”, che non è un riscontro macabro di lapidi e poveri resti, ma, anzi, un motivo di riflessione (al di là dei vincitori e dei vinti) sull’assurdità e inumanità della guerra, soprattutto alle quote elevate, e un modo, oggi, molto concreto e facilitato di fruire della montagna, tramite la fitta, ben segnata e ben segnalato rete d sentieri (fino a ieri, strade di guerra). Ancora, dal punto di vista storico non si può dimenticare che l’intero gruppo delle Piccole Dolomiti è stato terreno di gioco di alcuni “grandi nomi” dell’alpinismo italiano, che hanno tracciato eleganti itinerari sulle più alte pareti del Sengio Alto e della Carega. Ci si riferisce a Gino Soldà, attivo soprattutto nel periodo tra le due guerre, a Raffaele Carlesso, nel primo dopoguerra, fino ad arrivare allo sviluppo in senso sportivo delle pareti più verticali e strapiombanti dei giorni nostri, non senza rivolgere, per un attimo almeno, i pensiero alla figura di Renato Casarotto.
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